Coronavirus

Il Coronavirus: problema sanitario, caos mediatico dei dati… e ambiente

 

 

Come dice il prof. Gianni Tognoni, già direttore scientifico del centro di ricerche farmacologiche e biomediche della Fondazione Mario Negri Sud, abbiamo trasformato un grave problema di salute pubblica in uno scenario di “protezione civile”.

Non abbiamo anticorpi, non abbiamo vaccini, non abbiamo numeri certi, alle 18 siamo alle “previsioni del tempo” sul tasso dei ricoveri. Abbiamo imparato a non uscire e a lavarci le mani, solo adesso? Si prima eravamo zozzoni.

Oggi l’attenzione degli esperti è rivolta ai numeri, in particolare a R0, erre con zero. R0 è il numero di persone che ogni individuo infetto contagia. Per il morbillo è stimato intorno a 12/15, per il coronavirus si dice sia 2,5 quindi è basso? Boh, ci interessa che sia inferiore a 1, ogni infetto non contagia almeno un’altra persona. Tutto quello che facciamo serve ad abbassare R0.

Ogni sera  alle 18 il capo della protezione civile ci fa l’elenco dei contagiati, di chi è in terapia intensiva, dei guariti, dei malati,  dei morti. Numeri che dicono solo che Covid-19 è tra di noi, ma dicono poco sul suo andamento e sono caotici per la nostra paura.  Non sappiamo se i contagiati erano  sintomatici o asintomatici, quest’ultimi fanno il tampone perché a contatto con positivi? E’ impossibile conoscere il numero reale dei contagiati senza sintomi, dei contagiati con sintomi, dei contagiati nascosti, asintomatici o con sintomi lievi  ed è quindi impossibile calcolare diffusione, picchi,  letalità del virus, rischio di contagio,  guariti, malati, e persone morte dall’inizio dell’emergenza e se le persone decedute sono di meno o di più. Il rapporto tra contagi e decessi cambia in base a quante persone vengono sottoposte al tampone e se sono sintomatiche o senza sintomi.

Mi chiedo nel conteggiare i “ morti”  come possono sapere se le persone decedute sono decedute “per” coronavirus o “con” coronavirus? Forse nei 400 deceduti di martedì è stata effettuata l’autopsia per accertarne la causa di morte? Si fanno a tutti le autopsie? Tutte prima del bollettino quotidiano?

Il coronavirus non è un terremoto in atto… l’informazione deve generare nel cittadino consapevolezza e responsabilità con tutto il corredo di messaggi e informazioni che ne consegue sul pericolo e sul rischio, se vuole produrre responsabilità, non deve snocciolare numeri e riversarli su gente impaurita, numeri poi che appartengono a chi possiede un bagaglio epidemiologico per analizzarli.

Forse il virus ci farà riscoprire il senso di comunità e la dimensione del tempo. Ci hanno insegnato che viene prima la crescita e dopo la salute. Ci hanno insegnato che il tempo deve essere solo utile, un tempo utilitaristico e no un tempo di vita. Ci hanno insegnato che la medicina è supertecnologica ed un virus ci ha fatto piombare in un medioevo in cui si finisce nella " peste".  Le attività umane si interrompono. La polmonite soffoca i respiri e in Italia nel 7% li arresta, ma il pianeta, grazie alle restrizioni di attività lavorative e traffico, respira. A fronte del 10%  dei contagiati che finisce in rianimazione, il pianeta comincia a rianimarsi. Le truppe crociate del Pil prima di tutto cedono il passo ai medici difensori della salute. I migranti non sono più l’unico problema dei nostri politicanti. I meridionali scappano e rientrano nelle terre d’origine meno inquinate e più famigliari.

Il virus ci renderà migliori se sapremo riscoprire un sentire comune, la necessità dell'ascolto, la naturalezza dell'attesa e il rispetto della natura.

Per Ilaria Capua, la pandemia come il coronavirus deriva dalle azioni dell’uomo sull’ambiente. Secondo la virologa di fama internazionale, occorre un approccio nuovo al concetto di salute e malattia, basato sul rapporto (più rispettoso) nei confronti dell’ambiente e sullo studio approfondito dei dati.

Il coronavirus fino a poco tempo fa si trovava nella giungla cinese e circolava indisturbato nella popolazione di pipistrelli locali. È stato il nostro intervento, l’azione umana, a tirarlo fuori da quello stato. Molti animali vengono catturati e venduti per essere consumati secondo alcuni costumi tradizionali. Un fatto che avviene tuttora e che è avvenuto senza che ce ne accorgessimo per decenni. Cosa è cambiato? Le megalopoli, la città metropolitana.

Se il contagio fosse rimasto limitato a un villaggio sperduto nella foresta – cosa che avviene, del resto – non si sarebbe propagato e, soprattutto, non sarebbe diventato una minaccia globale. Sarebbe rimasto confinato a un gruppo di individui e, con ogni probabilità, si sarebbe risolto nel gruppo in questione. Le megalopoli hanno amplificato l’area del contagio. La globalizzazione l’ha estesa a tutto il pianeta – come pensiamo che sia arrivato il virus in Europa? Con l’aereo –e l’effetto domino che abbiamo sotto gli occhi, a livello sociale e soprattutto economico, è immenso. Basti pensare che le emissioni di Co2 in Cina negli ultimi tempi si sono ridotte dal 15 al 40%. Si sono bloccati i trasporti, si sono fermate le industrie. Le conseguenze sono enormi.

E in questo quadro a cosa può servire un approccio legato alla salute circolare?
Ci si basa su un concetto base: se intervieni su un ecosistema e, nel caso, lo danneggi, questo troverà un nuovo equilibrio. Che spesso può avere conseguenze patologiche sugli esseri umani. Lo si vede con le conseguenze, non volute, dell’impiego su larga scala dei pesticidi, che sono andati a danneggiare la popolazione di api e farfalle. Queste ricadute sull’ambiente raggiungono alla fine, la nostra salute. Perché noi viviamo in un ambiente chiuso. Come se fossimo un acquario. La nostra salute dipende per il 20% dalla predisposizione genetica e all’80% dai fattori ambientali. La cura deve studiare, oltre all’organismo in questione, anche il contesto.

Salute circolare significa anche ambientalismo, allora.
Esatto. Sono due aspetti che, ormai, vanno considerati nello stesso quadro. La salute delle persone dipende da come si vive e dove si vive, senza dimenticare che tutto è collegato. Adesso lo vediamo nella sua forma più lampante con il coronavirus. Ma ci sono fenomeni altrettanto gravi, di cui si parla poco e in forma discontinua: i superbatteri. O meglio, i batteri killer. Sono forme che, senza volerlo, abbiamo selezionato nel tempo abusando di antibiotici negli allevamenti intensivi. Hanno sviluppato forme di resistenza, si sono propagati nell’ambiente e sono all’origine di infezioni che non si riesce a debellare. Ha presente le “infezioni ospedaliere”? Possono avvenire dopo le operazioni chirurgiche. O a volte possono riscontrarsi negli impianti di protesi. Sono un problema reale e sono conseguenza indiretta del nostro abuso di antibiotici.

Ma tornando al coronavirus: come ha reagito a suo avviso la comunità internazionale?
C’è stato senza dubbio un aspetto positivo: la crisi ha vinto il primato della condivisione delle informazioni. Questa è una delle premesse fondamentali per sviluppare un sistema basato sulla salute circolare. E mi riferisco a una maxistruttura per condividere e studiare i Big Data. Servirà ad analizzare le variabili – ambientali e non solo – di tutto il ciclo della salute. Faccio un esempio: al momento non è chiaro cosa provochi lo sviluppo del diabete nei pazienti pre-diabetici. Uno studio che presti attenzione alla totalità delle loro azioni, come gruppo, (ciò che mangiano, ciò che bevono) permette di individuare i trigger ambientali che li fanno diventare diabetici. E, se possibile, spostare più in là l’evoluzione della patologia.

 

In generale il problema della distruzione degli habitat naturali, che ci porta a contatto con virus sconosciuti, è una questione globale, come ha ricordato l’autore di Spillover David Quammen. Ma quando diamo la colpa alla zuppa di pipistrello per questo virus cerchiamo solo un capro espiatorio.

Le conseguenze sono enormi. La salute delle persone dipende da come si vive e dove si vive, senza dimenticare che tutto è collegato. Adesso lo vediamo nella sua forma più lampante con il coronavirus”

Sarà un caso che decessi e contagi in Cina Italia e Germania siano avvenuti nelle aree a maggior inquinamento.

Cambiamento climatico, deforestazione,  cattive pratiche agricole, allevamenti intensivi, perdita della biodiversità e globalizzazione anche di questo è figlio il coronavirus. Paolo Vineis, professore di epidemiologia ambientale all'Imperial College di Londra parlando di di agricoltura e di allevamenti intensivi ecco quanto dice "Ci sono prove crescenti del legame tra la progressiva occupazione del territorio da parte di pratiche agricole o di allevamenti intensivi e il rischio di malattie infettive.

La pressione del nostro modello di sviluppo, i cambiamenti climatici e le degradazioni ambientali contribuiscono ad agevolare la diffusione di malattie e la trasmissione dei virus. Che cosa dovrebbe insegnare quanto avvenuto al “mercato bagnato” di Wuhan

Bijagual, San José, Carara, Costa Rica © Ricardo Arce - Unsplash

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•  Ilaria Capua, che dirige uno dei dipartimenti dell’Emerging Pathogens Institutedell’Università della Florida dal 2016. «Tre Coronavirus in meno di vent’anni rappresentano un forte campanello di allarme. Sono fenomeni legati anche a cambiamenti dell’ecosistema: se l’ambiente viene stravolto, il virus si trova di fronte a ospiti nuovi», ha dichiarato, aggiungendo che «questa epidemia ha messo in luce come in questo mondo siamo tutti interconnessi. Se intervieni su un ecosistema e, nel caso, lo danneggi, questo troverà un nuovo equilibrio. Che spesso può avere conseguenzeLa pandemia da Covid-19 avrebbe preso il via dal “mercato bagnato” (Wet market) di Wuhan, in Cina, uno dei numerosi luoghi di commercio di animali di ogni tipo (da allevamento e selvatici), che vengono uccisi vivi di fronte al cliente e venduti “freschi”. Come in altre parti del mondo, la vendita di carne di animali selvatici in Cina è molto comune e offre opportunità lavorative alla vastissima popolazione rurale del Paese. I rischi per la salute pubblica, però, sono elevati. Lo sa bene Zhou Jinfeng, direttore della China’s biodiversityconservation and green development foundation, che ha chiesto più volte il divieto di vendita e sfruttamento di animali selvatici e la chiusura dei mercati dove vengono venduti. Covid-19, del resto, è una malattia infettiva sorta dall’intreccio di promiscuità uomo-animali. Non sarebbe la prima volta. La comunità scientifica mostra infatti che l’origine di malattie infettive come la SARS (2003) e l’Ebola (2014) è simile: la prima sembra essere iniziata da un “wet market” in Cina, la seconda dai mercati di carne selvatica nell’Africa Occidentale.

Le malattie che si trasmettono dagli animali all’uomo sono le zoonosi. Un saggio del 2001 pubblicato sulla rivista scientifica inglese PhilosophicalTransactions of the Royal Society B: Biological Sciences dà conto del fatto che più del 75% delle malattie infettive umane vengono trasmesse all’uomo dagli animali (selvatici e domestici). La rivista scientifica The Lancet illustra chiaramente in un articolo la relazione tra animali, ambiente e uomo: “La trasmissione di agenti patogeni -cioè agenti biologici responsabili dell’insorgenza di malattie in un organismo, ndr– all’uomo da altre specie è un prodotto naturale della nostra relazione con animali ed ambiente. La comparsa delle zoonosi può essere considerata una logica conseguenza dell’evoluzione, visto che i microbi trovano sempre altri organismi su cui attaccarsi”.

Tuttavia, si legge ancora sulla rivista, la mediazione della zoonosi negli ultimi anni non è stata “naturale” ma nei fatti “alterata” da azioni umane come lo sfruttamento della terra, l’estrazione di risorse naturali, l’industria della carne, i moderni sistemi di trasporto, l’utilizzo di antibiotici, ed il commercio globale. La SARS, l’Ebola, l’HIV sono tutte patologie virali zoonotiche e soprattutto dimostrate essere riconducibili a fattori antropocentrici: questo potrebbe essere il punto.

 

 

 

 

Un ulteriore esempio, con le dovute differenze, arriva dagli Stati Uniti. La borreliosi di Lyme è una patologia di origine batterica sviluppatasi negli USA nel 1975. Prende il nome dalla cittadina di Lyme, nel Connecticut, in cui furono segnalati i primi casi. Uno studio del 2004 ha dimostrato come in questa regione statunitense deforestazione, riforestazione e la frammentazione degli habitat naturali da parte dell’uomo, abbia cambiato la popolazione di prede e predatori causando una nuova zoonosi, appunto la “nuova” patologia di Lyme. Stessa cosa è accaduta in Tibet dove una zoonosi è stata dimostrata essere direttamente causata dall’eccessivo sfruttamento della terra a causa dei pascoli intensivi. Oppure nelle regioni tropicali dove i cambiamenti dell’utilizzo della terra sono stati responsabili della diffusione di patologie come la malattia di Chagas, la febbre gialla e la leishmaniosi. 

L’azione dell’uomo si è spinta fino alla distruzione di ecosistemi che fino a quel momento non erano mai stati toccati, come le foreste primarie. Infatti, sempre la rivista The Lancet in “Ecologia delle Zoonosi: storia naturali ed innaturali” (2012), ha posto in evidenza che lo sfruttamento e la distruzione di foreste primarie (ricchissime di fauna e flora e nuove popolazioni batteriche e virali) conduce l’uomo a venire in contatto con nuovi virus. Questo ponte comunicativo aumenta il rischio di nuove zoonosi e quindi di nuove malattie infettive alle quali non è detto che si sia preparati. Sono evidenze approfondite da tempo. Uno studio del 2008 pubblicato sulla rivista scientifica Nature ha analizzato infatti 335 malattie infettive dal 1940 al 2004. I risultati confermano che l’origine di quelle malattie infettive sia principalmente legata a ragioni socio-economiche, ambientali ed ecologiche. Come se la comparsa delle patologie prese in esame fosse anche un prodotto dei cambiamenti antropogenici e demografici, un costo “celato” dello sviluppo economico umano.

È anche per queste ragioni che dall’inizio del nuovo millennio si parla di “One Health Approach” (letteralmente “Un unico approccio alla salute”). Questo concetto di salute si focalizza sulla relazione e interconnessione fra gli uomini, gli animali e l’ambiente, e riconosce che la salute ed il benessere degli umani siano intimamente connessi alla salute degli animali e dell’ambiente (e viceversa). Materiale utile per i decisori politici. Non più tardi di tre anni fa questa “comune responsabilità” nella salvaguardia dell’ambiente e quindi della salute era stata al centro di un summit tra i ministri della Salute dei Paesi membri dell’Unione europea e il direttore generale dell’OMS per l’Europa. Sappiamo come è andata.

 

AMBIENTE ATTUALITÀ : ANIMALI • CAMBIAMENTO CLIMATICO • CORONAVIRUS (COVID-19) • GREEN • SANITÀ

Cosa c’entra il Coronavirus con i cambiamenti climatici? Molto, secondo alcuni esperti

di Giulia Delogu

 

Tre coronavirus in meno di vent’anni sono un forte campanello d’allarme legato anche a cambiamenti dell’ecosistema: se l’ambiente viene stravolto, il virus si trova di fronte a nuovi “ospit

Sono ormai diversi gli esperti concordi nel dire che la pandemia di Coronavirus ha molto a che fare con la crisi climatica in corso. Tra questi c’è anche la direttrice esecutiva del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), Inger Andersen, secondo la quale l’umanità sta scontando gli effetti negativi dell’eccessiva pressione esercitata sull’ambiente.

Le hanno fatto eco diversi scienziati di spicco, aggiungendo che è quasi sempre il comportamento umano a provocare il “salto” – il famoso “Spillover”, da cui il libro di David Quammen – della malattia dagli animali all’uomo, e che nella fauna selvatica esistono malattie con un tasso di mortalità molto più elevato di Covid-19. In altre parole, stiamo giocando con il fuoco.

La diffusione del virus come risposta all’invasività dell’uomo

Perché l’inquinamento da Pm10 può agevolare la diffusione del virus

La correlazione evidenziata dall’analisi dei dati delle Arpa congiunta ai numero dei contagiati: il Pm10 agirebbe da vettore del virus

di M.Cristina Ceresa

Le correlazioni vengono al pettine: l'inquinamento, soprattutto quello atmosferico, potrebbe aver preparato il terreno al Coronavirus e alla sua diffusione. Quantomeno i dati evidenziano una relazione tra i superamenti dei limiti di legge per il Pm10 e il numero di casi infetti da Covid-19.

Lo dimostra uno studio curato da una dozzina di ricercatori italiani e medici della Società italiana di Medicina Ambientale (Sima). Leonardo Setti dell'Università di Bologna e Gianluigi de Gennaro dell'Università di Bari hanno passato gli ultimi venti giorni sui dati registrati nel periodo tra il 10 e il 29 febbraio e li hanno incrociati: da una parte quelli provenienti dalle centraline di rilevamento delle Arpa, le agenzie regionali per la protezione ambientale, dall'altra i dati del contagio da Covid19 riportati dalla Protezione Civile, aggiornati al 3 marzo, lasso temporale necessario considerando il ritardo temporale intermedio di 14 giorni pari al tempo di incubazione del virus. La conclusione è che si evidenzia una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di Pm10 e PM2,5 e il numero di casi infetti da Covid-19.

La Pianura padana è in codice rosso anche nello studio: qui si sono osservate le curve di espansione dell’infezione che hanno mostrato accelerazioni anomale, in evidente coincidenza, a distanza di due settimane, con le più elevate concentrazioni di particolato atmosferico.

Il Pm10 avrebbe, secondo la ricerca, esercitato un'azione di boost, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell'epidemia. Leonardo Setti lo mette in luce: «Le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio in Pianura padana hanno prodotto un'accelerazione alla diffusione del Covid19. L'effetto è più evidente in quelle province dove ci sono stati i primi focolai».

Potrebbe quindi essere questo uno dei motivi per cui la Pianura padana, rispetto alle altre zone d'Italia, ha cullato il virus in maniera più concentrata. A questo proposito è emblematico il caso di Roma, in cui la presenza di contagi era già manifesta negli stessi giorni delle regioni padane senza però innescare un fenomeno così virulento. Brescia è tra le città più colpite per inquinamento e caso di focolai di Coronavirus.

17 marzo 2020

AMBIENTE

Il Coronavirus non taglia lo smog. L’inquinamento cala al Nord grazie al meteo

di Jacopo Giliberto

L'idea che l'inquinamento da Pm10 sia facilitatore delle infezioni non è nuova, a partire da polmonite e morbillo. La letteratura è lì a dimostrarlo e a suggerire norme importanti per ridurre l'inquinamento.

Il presupposto con il Coronavirus è lo stesso: il particolato funge da carrier per il trasporto del virus. Anche nell'etere. Forse tanto quanto una stretta di mano: «Più ci sono polveri sottili – afferma Gianluigi de Gennaro, dell'Università di Bari - più si creano autostrade per i contagi. È necessario ridurre al minimo le emissioni».

È noto che il particolato atmosferico funziona da vettore di trasporto per molti

 

La sindrome da ristorante cinese

L’associazione leggendaria tra cibo cinese e malattie ha un precedente molto noto, ma questa volta non c’entrano i social media. Nel 1968 il dottor Robert Ho Man Kwok scrisse una lettera al New England Medical Journal descrivendo, aneddoticamente, una serie di sintomi che insorgevano dopo aver mangiato cibo cinese. Forse, speculava, era colpa del glutammato. Da quel momento l’espressione sindrome da ristorante cinese cominciò a diffondersi, e nel 1993 entrò anche nel dizionario Webster. Ancora oggi se ne parla, ma la sindrome non esiste. Non ci sono prove che il cibo cinese possa causare quei sintomi (sudore, nausea, mal di testa, palpitazioni ecc…), né che lo faccia il glutammato. Non è una leggenda innocua, perché associa una malattia (inesistente) a un popolo: senza giri di parole, è razzista. Nulla di nuovo: negli Stati Uniti è dal XIX secolo che il cibo cinese viene ridicolizzato per colpire quella minoranza.

Questo dovrebbe essere ormai noto a molti, ma non tutti sanno che il tutto è partito come uno scherzo. Un anno fa il giornalista investigativo Michael Blending ha rivelato che il dottor Ho Man Kwok, che aveva firmato la lettera pubblicata dal Nejm, non esisteva. Il suo vero nome era Howard Steel, un chirurgo ortopedico. Aveva confessato che la lettera era una bufala, e l’aveva scritta per scommessa. Un altro dottore lo stuzzicava dicendo che la sua categoria era troppo stupida per scrivere su quell’importante rivista medica. Scommisero 10 dollari che Steel ce l’avrebbe fatta. Ispirato da una cena a una ristorante cinese, durante la quale aveva bevuto e mangiato troppo, l’ortopedico confezionò la sua lettera, si scelse un nome falso (gioco di parole: human crock of you-know-what) e la inviò. Aveva vinto, ma non era preparato al seguito.

Telefonò subito all’editor della rivista per confessare: non voleva che qualcuno la prendesse sul serio. Ma l’editor, Franz Ingelfinger, non prese provvedimenti. Poi smise di rispondere. Intanto il giornale aveva cominciato a ricevere altre lettere sulla sindrome da ristorante cinese: alcuni avevano capito lo scherzo e stavano al gioco, altri no. E alla fine la sindrome approdò sui media, e si perse ogni sottotesto umoristico. Quella malattia, secondo la scienza, esisteva. A quel punto spuntarono anche degli studi (oggi demoliti), che sembravano provarla. Secondo il dottor Steel non è mai stata sua intenzione essere razzista, e per fortuna le persone continuano a mangiare cibo cinese. Ma col senno di poi avrebbe rinunciato ai 10 dollari.

Be’, sì, in Cina ci sono alcune regioni dove le persone mangiano cani, e non è illegale farlo. Non vale certo la pena ricordare qui gli animali che mangiamo noi e in quali condizioni siano tenuti alcuni di loro, ma non c’è un motivo al mondo per cui un ristorante cinese in Italia dovrebbe violare la legge e usare carne che per noi è tabù.

 

 

Per Saperne di più in Senologia

Questa rubrica si propone di diffondere le conoscenze e gli aggiornamenti più significativi nel campo della prevenzione primaria e nella diagnosi precoce del tumore della mammella

 

Cos'è la prevenzione primaria?

 L’origine di un tumore si ha quando una cellula accumula una serie di danni a carico del proprio DNA per cui perde il controllo   della capacità di replicarsi e si   ritrova un ambiente favorevole ad una moltiplicazione incontrollata. I tumori, ivi compreso quello   della mammella,  sono per lo più di origine ambientale e   alimentare e la prevenzione dovrebbe cominciare a tavola.

 La prevenzione primaria ha come obiettivo la riduzione dell’insorgenza e quindi dell’incidenza del tumore intervenendo sulla   rimozione delle cause determinanti   il tumore. La ricerca epidemiologica ha identificato fattori legati all'alimentazione e allo stile di vita che appaiono potenzialmente modificabili rendendo possibili interventi di prevenzione primaria. La prevenzione primaria può evitare la nascita e lo   sviluppo del tumore.

Cos'è la diagnosi precoce

 L'obiettivo della diagnosi precoce è diagnosticare un tumore in fase iniziale per ridurre la mortalità per carcinoma mammario.   Grazie all’anticipazione   diagnostica mediante mammografia ed ecografia è possibile identificare lesioni tumorali asintomatiche   in fase iniziale, prima   della loro   manifestazione   clinica. Un tumore iniziale ha maggiori probabilità di guarigione completa e   definitiva

 Alcune cose da sapere sulla diagnosi precoce
 Ecco un elenco completo di cose da sapere e da fare per una diagnosi sempre più precoce.

  • Sono stati fatti molti progressi nella diagnosi precoce e nella cura del cancro della mammella. ​I vari esami diagnostici, anche se ripetuti, non possono evitare la comparsa del tumore alla mammella ma possono scoprirlo nelle fasi iniziali del suo sviluppo;

  • La diagnosi precoce del tumore della mammella consente di ottenere, in moltissimi casi ma non in tutti, la riduzione di mortalità con ricorso a terapie meno aggressive;

  • Le mammelle sono soggette a modificazioni del tessuto e sono possibili, a qualsiasi età, manifestazioni di varia natura. Un controllo medico può risolvere timori e dubbi;

  • La conoscenza delle proprie mammelle, che si presentano spesso nodose e con aree di diversa consistenza, e la pratica mensile dell'autoesame possono aiutare il medico ad effettuare diagnosi precise ed evitare false rassicurazioni e paure quando si riscontrano aumenti di consistenza che rientrano nella norma;

  • L'autoesame non è sufficiente ai fini della diagnosi precoce, ma la sua pratica permette alle donne di evitare paure inutili quando si riscontrano tumefazioni che rientrano nella norma;

  • Le diversità che la donna può rilevare nelle mammelle sono, nella grande maggioranza dei casi, senza conseguenze di rilievo e devono essere riferite al medico per una soluzione adeguata del problema;

  • A partire dai 35-40 anni e per tutti gli anni successivi, aumentano le possibilità dell'insorgere di tumori della mammella;

  • ​La mammografia 3D è l'unica tecnica che permette la diagnosi del maggior numero di tumori prima che diventino palpabili. La qualità della mammografia 3D e la preparazione del personale medico è spesso determinante. Se la mammografia è eseguita con apparecchiature digitali non esiste alcun rischio cancerogenetico. La sostituzione della mammografia con altre tecniche (autoesame, esame clinico, ecografia, …) comporta la non diagnosi di oltre il 50% dei carcinomi di piccole dimensioni;

  • A causa del seno denso un 20-30% di tumori della mammella non si fanno riconoscere alla mammografia per cui spesso è necessario integrare l'esame con l'ecografia , con la visita senologica e di rado con l'agobiopsia;

  • In alcuni casi può accadere di essere sottoposte ad intervento chirurgico per lesioni che sembrano sospette ma poi risultano in realtà benigne;

  • I cancri di intervallo sono quei tumori che compaiono dopo una mammografia risultata negativa e prima della esecuzione della successiva programmata a distanza di uno o due anni;

  • Il massimo di accuratezza diagnostica ed il minimo di errori si ottengono se l'esame clinico e tutti gli accertamenti strumentali (mammografia 3D, ecografia ed agobiopsia) vengono eseguiti nelle Unità Diagnostiche di Senologia.

Cibo e salute

Cibo vero, pseudo cibo, altro cibo…

Cibo “vero”  è il cibo vivo, fresco, variegato, integrale non tossico, con sapori e ingredienti naturali proveniente da agricoltura familiare e da piccoli produttori che rispettano la terra; è il cibo “locale”, significa freschezza dei prodotti provenienti da aziende agricole prossime ai mercati di vendita ― gestiti dai medesimi agricoltori ― o in negozi indipendenti della zona.
Una dieta basata principalmente su grassi saturi e cereali raffinati è la causa principale di malnutrizione, costipazione, stanchezza e numerose malattie croniche (diabete, malattie cardiocircolatorie, obesità e alcuni tumori). Leggi più...

 

Criticità' della Mammografia

Pensiamo che l’approccio metodologico all’analisi delle immagini in senologia diagnostica debba essere considerato alla stregua di un mosaico al quale aggiungere e unire  tasselli,elementi  diversi e spesso non omogenei,  che contribuiscono ad avere un quadro sempre più preciso delle strutture che esaminiamo, nella fattispecie il carcinoma mammario, per ottenere tecniche di imaging più sensibili e più specifiche per la diagnosi precoce. Leggi più...

La densità mammografica

L’efficacia dello screening mammografico è stata dimostrata in una serie di trials randomizzati a partire dal 1972 e nel 1993 si è svolta a Parigi la prima conferenza di consenso internazionale nella quale veniva ribadita l’efficacia dello screening mammografico nel ridurre la mortalità per carcinoma mammario nelle donne di età compresa tra 50 e 69 anni.

Sulla base di queste evidenze, lo screening mammografico per le donne di età 50-69 anni si è progressivamente diffuso anche in Italia a partire dagli anni 70, ed è entrato nei LEA nel 2002 (G.U. n. 19 del 23.1.2002).

Successivamente, nel 2002, in risposta ad una metanalisi che metteva in discussione l’efficacia dello screening mammografico nel ridurre la mortalità da cancro della mammella, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) di Lione attraverso un gruppo di lavoro costituito ad hoc ha rivalutato le evidenze scientifiche disponibili riguardo all’efficacia dello screening mammografico. Le stime conclusive hanno dimostrato che la partecipazione allo screening organizzato su invito attivo secondo quanto indicato dalle linee guida internazionali (età 50-69 anni con mammografia biennale) riduce del 35% la probabilità di morire per cancro della mammella.

Negli stessi anni si è sviluppato un dibattito acceso sull’opportunità di estendere lo screening mammografico alle donne di età inferiore ai 50 e superiore ai 70 anni ed è progressivamente applicata in paesi diversi (ad esempio in Inghilterra 47 anni, in Norvegia 48-53, in Svezia 40).

In base al rapporto costo-efficacia, l’orientamento prevalente e’ che le donne ultracinquantenni dovrebbero effettuare la mammografia ogni due anni, mentre per le donne di 45-49 anni viene indicato l’intervallo annuale. Leggi più...

Cos’è la Tomosintesi?

La Tomosintesi (DBT), Mammografia Digitale 3D, è una tecnica di esame simile alla mammografia. Nella mammografia 2D la sovrapposizione del tessuto fibroghiandolare (denso) può ridurre la visibilità di lesioni maligne (falsi negativi) o sovradiagnosticare lesioni dubbie (falsi positivi). Leggi più

Cos’è il Cad? 

Il CAD, sistema di diagnosi computerizzata assistita, è uno strumento sofisticato che aiuta il medico nella diagnosi mammografica individuando sul monitor le aree che necessitano di maggior approfondimento. Leggi più

Cos’è la mammografia con il contrasto?

La strategia oggi utilizzata (CESM) prevede l’acquisizione in rapida sequenza di una coppia di immagini a bassa ed alta energia dalla “sottrazione” delle due immagini si ottiene una visualizzazione del contrasto. La CESM utilizza un fascio di energia superiore al k-edge dello iodio (33 keV) per aumentare il contrasto spettro simulato a 40 kVp anodo in rodio la componente dello spettro al di sotto del k-edge dello iodio non è utile per la formazione dell’immagine e fornisce solo una dose indesiderata. Leggi più

Possibili effetti negativi dello screening 

Quando raggiunge un elevato livello di adesione nella popolazione a cui si rivolge, un programma organizzato di screening con un’offerta gratuita favorisce l’equità di accesso a tutte le donne interessate, residenti e domiciliate, senza distinzione alcuna di razza, religione o appartenenza a strato sociale. I risultati degli studi nel Centro-Nord ma non nel Sud costituiscono, dunque, un riconoscimento del valore in termini di significato sociale dello screening organizzato.

La presunta efficacia della diagnosi precoce è a volte rafforzata da percezioni fuorvianti: infatti, un test che anticipa il momento della diagnosi, senza modificare in alcun modo la data o la causa della morte, apparirà efficace agli occhi delle donne pur essendo in realtà del tutto inutile. Questa distorsione percettiva viene alimentata dallo slogan “la diagnosi precoce aumenta la sopravvivenza senza ridurre la mortalità”. La Mammografia vede molto ma non tutto. Inoltre su circa 260000 diagnosi di cancro nel 2012 negli Stati Uniti il 27%, 64000 erano carcinomi in situ di questi la metà non sarebbero mai diventati carcinomi infiltranti. Leggi più

Cos’è l’ecografia?

L’ ecografia si basa sull’ uso di ultrasuoni (onde sonore) ad alta frequenza per visualizzare le strutture mammarie. Un dispositivo chiamato trasduttore viene utilizzato per inviare alla mammella onde sonore che vengono riflesse all’esterno della struttura mammaria. Leggi più

Cos’è l’Ecografia 3D o ecografia automatica volumetrica?

L’Ecografia Mammaria Automatica Volumetrica (EMAV) è un innovativo sistema di screening del tumore della mammella per le donne con tessuto mammario denso. Leggi più

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